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Sciacca, il cavaliere 1

Mi è capitato, ottenendo il consenso di Alberto Sughi, di paragonare l’arte figurativa di impostazione tradizionale al cavallo. C’era una volta il cavallo come mezzo di locomozione universale, oltre che come mezzo di lavoro. Ci si spostava a cavallo, si facevano muovere i carri con il cavallo, si facevano le battaglie con il cavallo. Poi vennero le macchine, il motore scoppio, la bicicletta. A poco a poco, la macchina ha soppiantato il cavallo nell’essere mezzo universale di locomozione. Nessuno si sposterebbe più da Roma a Milano a cavallo: troppo lungo, faticoso, costoso. Ma il cavallo esiste ancora, a potenziale disposizione di tutti. Non può eguagliare l’automobile o l’aereo, ma propone altri piaceri che non possono essere valutati con la velocità e la praticità. C’è il rapporto con l’animale, il coinvolgimento fisico che determina, l’emozione della cavalcata. Da questo punto di vista, non c’è dubbio che il cavallo sia un’altra cosa.

Così è capitato in arte. Una volta c’era l’arte che oggi chiamiamo tradizionale, che non vuole dire tradizionalista. Poi vennero le macchine, la fotografia, il cinema, la televisione, i mezzi di comunicazione di massa. A poco a poco, le macchine hanno soppiantato l’arte tradizionale nell’essere mezzo universale di rappresentazione. L’arte tradizionale, però, esiste ancora. Non è veloce e pratica come la macchina, ma offre altri generi di piaceri, misurabili solo con metri diversi: la manualità, l’interiorità, la finzione.

Antonio Sciacca è un “cavaliere” dell’arte moderna. Fiero nell’avanzare, sicuro nel tenere le briglie, ma non altezzoso, non sprezzante nei confronti dei comuni mortali, anche se mai troppo voglioso di ripercorrere sentieri battuti da altri. Sciacca non vuole bearsi del proprio mestiere: sa che da solo, per quanto tecnicamente forbito, per quanto culturalmente meditato, non può bastare a giustificare il senso di un’opera d’arte. Ci vogliono delle motivazioni solide alla base, visioni dell’arte e del mondo, per sorreggere una pittura che abbia l’ambizione di darsi come poesia per immagini. Sciacca continua a esplorare l’ambito sentimentale e intellettuale dello spaesamento davanti al linguaggio segreto delle cose che si offrono nella loro oggettività secondo accostamenti e ordini inconsueti, nel segno del vecchio assioma metafisico e surrealista, ma sempre ampliando e rinnovando il suo repertorio.

Così, accanto a presenze a cui abbiamo fatto abitudine (Lindsay Kemp, sempre più figura magica e fuori dal tempo; i monaci incappucciati; ragazze glamour in fashion style dei nostri giorni), ecco alcuni manichini femminili, fascinosi nella sua parte superiore del corpo quanto disarmanti nella nuda materialità della struttura sottostante, che sembrano insistere sulla bellezza come valore tanto più suggestivo se risulta “disumano” e “artificiale”.

E ancora, vicino a essi, ritratti umanistici di babbuini con corredo di maschere teatrali, dall’impianto simbolico piuttosto inquietante; nature morte in varianti infinite, vanitas di costumi teatrali riuniti a mucchio, di teschi e orsetti di peluche fra tessuti mimetici militari, con maschere anti-gas, con alambicchi, alberelli, camaleonti.

Un caleidoscopio pittorico e lirico che non smette di intrigare, promettendo costantemente nuove emozioni, quello del cavaliere Antonio Sciacca.

[1] Sciacca il Cavaliere, catalogo esposizione Antonio Sciacca Museo Civico, Castello Ursino di Catania 30 giugno 2006